Copertina di Le cinque donne

Scheda libro

Le cinque donne

7

La storia vera delle vittime di Jack lo Squartatore

Esistono due versioni dei fatti accaduti nel 1887. Una è nota a tutti, l’altra no. La prima è quella riportata in moltissimi testi di storia, che chi viveva all’epoca amava rievocare, la versione raccontata dai nonni ai...

Consigliato: Nì
⏳ Letto in 18 giorni🥊 Colpisce: cervello😈 Vizio capitale: superbia

La recensione

Incipit

Esistono due versioni dei fatti accaduti nel 1887. Una è nota a tutti, l’altra no. La prima è quella riportata in moltissimi testi di storia, che chi viveva all’epoca amava rievocare, la versione raccontata dai nonni ai nipoti con un sorriso assorto. È la storia della regina Vittoria e dei festeggiamenti per il suo giubileo d’oro. Era poco più che adolescente quando la ponderosa corona della nazione le fu posta sul capo. Mezzo secolo dopo, si era trasformata nell’emblema dell’impero e, per l’occasione, fu organizzata una serie di eventi commemorativi.

Informazioni sul libro

Le cinque donne di Hallie Rubenhold è un libro del 2019, portato in Italia da Neri Pozza nel 2022 con una traduzione di Simona Fefè. Si tratta di un saggio storico che racconta la verità sulle cinque vittime di Jack lo Squartatore, mostrando come la narrazione dell’epoca (arrivata fino ad oggi e da alcuni ancora considerata valida) fosse fortemente influenzata da pregiudizi maschilisti, tipici dell’epoca (e non ancora del tutto scomparsi).

Ha vinto il premio Baillie Gifford nel 2019, che ha reso il libro un caso internazionale di non-fiction.

Pro

L’intera opera è incentrata sul rovesciare il mito di Jack lo Squartatore, di cui si vendono gadget, costumi per Halloween e molto altro, e mettere al centro le vittime, coloro che vengono conosciute solo tramite pregiudizi dell’epoca e che da molti sono state considerate una perdita accettabile se non addirittura auspicabile. Oltre che esplicitarlo sin dal titolo, l’autrice chiarisce sin dall’introduzione il suo intento: le donne uccise erano persone reali, che non hanno mai ricevuto giustizia, non solo perché il loro assassino non è mai stato catturato ma anche per ciò che è stato detto di loro. Anche nella conclusione indugia su questo aspetto, ricordando al lettore il perché del viaggio intrapreso. Il messaggio arriva forte e chiaro: è impossibile finire questa lettura non avendo capito cosa è realmente successo all’epoca e non essere stupiti (e nel mio caso indignati) dal fatto che nessun altro si sia occupato di questa storia dal loro punto di vista.

Per dimostrare la sua tesi, oltre che di prove e informazioni, l’autrice ci equipaggia anche del contesto. Ciò che è successo è, infatti, grandemente legato all’epoca, a come funzionava la società e alle leggi in corso. Finendo questo libro la vostra idea dell’epoca vittoriana, narrata generalmente dai testi come particolarmente pulita, virtuosa, moralmente rigida e per questo rispettabile, cambierà radicalmente, mostrandovi tutto il non detto. Le classi povere, infatti, vivevano una vita completamente differente, vivendo a stenti, dormendo per strada, dovendo ripiegare nelle workhouses per poter avere un letto e trovando sollievo solamente nella bottiglia. Il testo dona a chi lo legge una perfetta descrizione dell’ambientazione: non solo capirete perfettamente il clima dell’epoca, sentirete ciò che si provava a vivere in quel contesto e proverete in prima persona i pesanti pregiudizi, impossibili da evitare, ma vedrete le strade, i vicoli, le birrerie. Rubenhold è una storica e lo si nota, perché non solo conosce perfettamente ciò di cui parla ma lo fa anche visualizzare a chi, prima di leggere il libro, non conosceva affatto ciò di cui si racconta.

Indifferenti

A rigor di logica, l’approfondimento del testo dovrebbe essere inserito nei pro. La scrittrice ha svolto un lavoro eccezionale: è riuscita a scoprire tutto il possibile delle cinque vittime ed è riuscita a ricostruire le loro vite con un apparato di fonti invidiabile. Il suo lavoro era importante e lottava contro un pregiudizio ben radicato (il fatto che tutte e cinque le vittime fossero prostitute) e per poterlo scardinare era necessario un lavoro meticoloso e lei se ne è occupata in modo egregio e encomiabile. Ho spostato l’elemento tra gli indifferenti, però, perché questa meticolosità ha mostrato un’altra faccia della medaglia: manca il guizzo di vita che oltre a farci indignare con il cervello ci avrebbe portato a coinvolgere anche il cuore, ad affezionarci alle cinque donne, a trovarle importanti non solo per quello che rappresentano ma per quello che erano. I dettagli raccontati sono talmente tanti, continui e spesso ripetitivi (finendo nello stesso modo le storie hanno necessariamente tanti tratti in comune) che rischiano di far dimenticare al lettore che si trattava di persone reali e non solo una storia ben documentata finita male.

Ad acuire questa sensazione è il modo in cui la storia viene raccontata. Lo stile è semplice in tutto il testo ma durante il racconto delle vite delle vittime è cronachistico e, di conseguenza, può risultare piatto. Mentre in introduzione e conclusione, avendo compiuto il suo lavoro dimostrativo nel resto del testo, l’autrice mostra il suo desiderio di scrivere per loro e di non avere fatto un lavoro di semplice ricerca, quando racconta le loro storie, a parte qualche intrusione narrativa che commenta la società dell’epoca, non si nota enfasi, manca completamente la parte emozionale per le loro vite singole.

Contro

Il lavoro certosino e lungo, unito al racconto uniforme e privo di emotività si unisce ad una struttura corposa e a sua volta poco coinvolgente: Rubenhold racconta le cinque storie parlando di una donna per volta, partendo dalla nascita (o dal primo momento a cui è riuscita a risalire) fino ad arrivare all’ultimo giorno vissuto (degli omicidi parla solo in modo collaterale, mai diretto). Le storie sono lunghe, partono in modo differente, ma poi arrivano sempre al medesimo punto. Il lettore leggerà perciò lunghe pagine molto simili alle precedenti colme di dettagli che non gli faranno capire chi era la persona di cui si parla, cosa provava e non lo aiuteranno ad entrare in empatia con lei, ma solo a comprendere come il lavoro di ricerca svolto sia stato magistrale e come ciò che è raccontato sia vero.

Proprio per questo, il difetto vero e proprio del testo è l’atmosfera percepita. Anche se l’argomento femminista può interessare e quindi far provare rabbia, senso di ingiustizia, felicità per l’esistenza del testo, sarà comunque difficile provare commozione per queste morti. Nel momento in cui la persona viene uccisa viene abbandonata dalla narratrice e dal lettore e si passa alla storia dopo, come se si trattasse di un compito da svolgere, senza avere mai un momento in cui ciò che è successo loro diventi personale e quindi speciale.

La mia opinione

È difficile spiegare la mia opinione sul libro. Sono contenta esista e sono felice di averlo scoperto e letto: i due aspetti che ho messo nei pro sono talmente ben fatti che danno senso alla mia lettura del libro. D’altro canto sono, però, convinta che l’intento della scrittrice non sia riuscito pienamente. Lei desiderava dare voce alle cinque vittime ed è riuscita egregiamente a far conoscere ciò che è successo loro nel complesso. Le loro storie, però, non sono state raccontate in modo tale da dare vita ad ognuna di loro singolarmente. Sono convinta che le dimenticherò presto e che diventeranno anche per me un insieme e, anche se saprò di loro e di ciò che è successo molto di più, e ne parlerò a chiunque nominerà Jack lo Squartatore senza soluzione di continuità, non posso dire di avere sentito la loro voce. Per questo motivo non so nemmeno se consigliarlo: è interessante, ma il fulcro del testo, paradossalmente, è in introduzione e conclusione, il resto (290 pagine) serve solo a dimostrare che chi ti sta raccontando la storia ha tutte le credenziali per farlo e per essere creduta.

Consigliato a

  • Coloro che conoscono bene la storia di Jack lo Squartatore. Qui la si dà per scontata e vedere qualcosa che non è mai stato raccontato potrà aggiungere quell’in più, che a me è mancato.

  • Persone particolarmente interessate alle vittime donne e/o tematiche femministe. Informandomi sul testo ho scoperto che, dopo la pubblicazione, in molti “fan” hanno protestato perché “migliorava” la situazione delle vittime e “peggiorava” il mito dell’assassino. Ecco un buon motivo per comprarlo e leggerlo.

Citazioni per conoscere meglio il libro

I londinesi avevano capito da tempo che Trafalgar Square si trovava sull’asse tra le zone est e ovest della città, la linea di sbarramento tra i ricchi e i poveri: un confine fittizio che, come i vincoli invisibili che impedivano a chi non aveva diritto al voto di parlare, era facile varcare.

Questi scenari furono attraversati da due donne che definirono l’anno XIX secolo con il loro passaggio; la prima, Vittoria, diede il suo nome all’epoca compresa tra il 1837 e il 1901. La seconda era una senzatetto, Mary Ann Nichols, detta “Polly”, che quell’anno bivaccava come tanti a Trafalgar Square. A differenza della monarca, la sua identità sarebbe presto caduta nell’oblio, anche se il mondo avrebbe ricordato con grande curiosità, quando non con gusto, il nome del suo assassino: Jack lo Squartatore.

Le informazioni sulle cinque vittime ancora documentabili furono in larga parte ricavate dalle testimonianze raccolte durante le indagini; tuttavia, i resoconti si rivelano problematici. Le audizioni furono condotte con superficialità, la giuria pose pochissime domande e le incongruenze e le stravaganze delle deposizioni non furono mai messe in discussione. Infine, le informazioni ricavate dalle indagini smuovono appena la superficie di un pozzo assai più profondo e torbido di potenziali risposte.

Il mio intento non è quello di dare la caccia e un nome all’assassino. Desidero, invece, seguire le tracce di cinque donne, e soppesare le loro esperienze nel contesto del loro tempo e ripercorrere il loro cammino di luce e ombra.

Tuttavia, in un’epoca in cui il divorzio restava alla portata di chi poteva permettersi le esorbitanti parcelle legali, una donna delle classi lavoratrici che desiderasse separarsi in via ufficiale dal consorte doveva prima dimostrare di essere disperata e indigente. Non c’era altro modo se non entrare in una workhouse. Molte mogli descrissero una simile prova come «l’esperienza più umiliante della loro vita» di cui portarono uno «stigma indelebile».

I ruoli tra i sessi erano ben distinti e Polly, come qualsiasi altra appartenente al suo genere, era stata convinta del fatto che una donna avesse bisogno di un uomo che la guidasse, la controllasse e conferisse un significato alla sua esistenza.

La verità sulle vite di queste donne non era cosa semplice, e non era certo affare della stampa scandalistica del XIX secolo raccontare tutta la storia a lettori come Edward Fairfield. Né i direttori e i giornalisti che coprirono gli eventi ritennero necessario o utile scavare a fondo nelle biografie delle vittime. In fin dei conti, a nessuno importava chi fossero e cosa le avesse portate a Whitechapel.

All’epoca degli omicidi, la convinzione che «Jack lo Squartatore era un assassino di prostitute» rafforzò il codice morale su quel che era giusto o sbagliato. Tuttavia, un ritornello che nel 1888 corrispondeva a una visione precisa oggi non ha alcun valore. Ciò nonostante, è ancora il “dato” relativo agli omicidi su cui tutti concordano, benché sia un’ipotesi priva di fondamento.

Quando una donna esce dal seminato e trasgredisce alle regole femminili, sui social media o per le vie vittoriane, sussiste un tacito accordo secondo cui bisogna riportarla in carreggiata.

Eleva la posizione dell’assassino a quella di personaggio e concede alle vittime il privilegio di «essere state in intimità con uno degli uomini più famosi al mondo». A ben guardare, la storia di Jack lo Squartatore è il resoconto dell’odio profondo e duraturo che l’assassino nutriva nei confronti delle donne, e la nostra ossessione culturale per la mitizzazione non fa altro che normalizzare la misoginia che vi è insita.

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Quarta di copertina

Londra, 1887: l’anno, recitano i libri di storia inglese, del Giubileo d’Oro, il cinquantesimo anniversario dell’ascesa al trono della regina Vittoria. L’anno, però, anche di una storia che i più preferiscono dimenticare: quella di una senzatetto, Mary Ann Nichols, detta Polly, la cui identità sarebbe presto caduta nell’oblio, anche se il mondo avrebbe ricordato con grande morbosità il nome del suo assassino: Jack lo Squartatore. Polly fu la prima delle cinque vittime «canoniche» di quel noto assassino. Al suo omicidio seguì il ritrovamento, nel quartiere di Whitechapel, dei cadaveri di Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly. La brutalità degli omicidi, e il modo in cui il colpevole era sparito senza lasciare traccia, sconvolse Londra. Ben presto Whitechapel si riempì di sedicenti giornalisti che, in mancanza di informazioni certe da parte delle autorità, riempirono le pagine dei quotidiani di infiorettature, invenzioni e voci infondate, come quella secondo cui le pensioni di Whitechapel fossero bordelli di fatto e che quasi tutte le donne che vi risiedevano, con pochissime eccezioni, fossero prostitute. Per centotrenta anni le vittime di Jack lo Squartatore e le loro vite sono dunque rimaste invischiate in una rete di supposizioni e ipotesi inconsistenti, cosicchè oggi le loro storie portano ancora impresso il marchio che la società vittoriana ha dato loro. Una società maschilista, autoritaria e borghese in cui le donne non avevano nè voce nè diritti. Ma chi erano queste donne, e come hanno vissuto prima che la loro esistenza venisse spezzata dalla mano del più feroce assassino di tutti i tempi? Attraverso un imponente lavoro di documentazione e una scrittura che lo rende appassionante come un romanzo, questo libro dà finalmente un volto alle donne che per troppi anni sono rimaste oscurate da un mito e restituisce loro ciò che hanno perduto insieme alla vita: la dignità.

Pro

  • +Ambientazione
  • +Messaggio

Contro

  • -Atmosfera
  • -Struttura

Indifferenti

  • =Approfondimento
  • =Stile

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