Scheda libro
La morte dell’erba
La morte dell’erba è un libro apocalittico del 1956 scritto da John Christopher (pseudonimo di Christopher Samuel Youd) e a oggi pubblicato in Italia da BEAT con una traduzione di Mario Galli.
La recensione
Tema
Quando si scende sotto un certo livello, vale la pena continuare a vivere? Avevano vissuto in un mondo di moralità che aveva impiegato quasi quattromila anni a costruirsi e, nel giro di un giorno, tutto era crollato.
Informazioni sul libro
La morte dell’erba è un libro apocalittico del 1956 scritto da John Christopher (pseudonimo di Christopher Samuel Youd) e a oggi pubblicato in Italia da BEAT con una traduzione di Mario Galli.
Nel volume è inclusa un’interessante prefazione del 2009 (che anticipa quasi tutto il romanzo, quindi leggetela alla fine o a vostro rischio e pericolo) di Robert Macfarlane che aiuta a contestualizzare l’opera e a conoscerne l’influenza sul pubblico.
La sua pubblicazione ha continuato una tradizione fantascientifica chiamata apocalisse floreale (a oggi spesso chiamata eco-apocalisse), iniziata nel 1947 con il libro Più verde del previsto di Ward Moore.
Incipit
Come a volte succede, la morte sanò un dissidio di famiglia. Agli inizi dell’estate 1933, rimasta vedova dopo tredici anni di matrimonio, Hilda Custance scrisse per la prima volta da quando si era sposata a suo padre. Tutti e due si erano addolciti.
La morte dell’erba è un libro dalla lettura semplice ma simbolica, in cui ciò che viene raccontato è facilmente comprensibile ma nasconde anche un significato più ampio. Questo aspetto si nota particolarmente nell’ambientazione, in cui è presente un forte contrasto città/campagna che nelle descrizioni di quest’ultima fa pensare al Paradiso in un tema pastorale che mostra sin dall’inizio del libro la rilevanza della Natura sull’uomo. Un luogo talmente idilliaco e isolato da fungere quasi da spartiacque tra la vita e l’aldilà.
«È il Lepe. È lungo cinquanta chilometri, e a quanto si dice scorre sottoterra per più di trenta. Comunque sia, esce da sotto terra in fondo alla valle».
Viene considerato un romanzo apocalittico legato all’ecologia perché ciò che viene raccontato all’interno (l’avvento di un virus che distrugge le coltivazioni) è chiaramente spiegato come una conseguenza del comportamento degli esseri umani che hanno deciso di utilizzare sempre più pesticidi per domare la Natura alfine di ottenere da lei sempre di più. Il messaggio è dunque forte e chiaro: se gli esseri umani continueranno su questa china, la Natura potrebbe rispondere di conseguenza.
«In un certo senso credo che il virus abbia diritto di vincere. Per anni abbiamo trattato la terra come fosse un deposito da saccheggiare. Ma la terra, dopo tutto, è anch’essa vita».
Nonostante si tratti di un genere differente, Macfarland lo associa più a Il signore delle mosche che ad altri libri del genere apocalittico, perché nel testo è particolarmente evidente il rapporto della cattiveria umana con la sopravvivenza. Christopher ci mostra come ogni priorità viene stravolta in situazioni in cui è la legge del più forte a comandare e anche come ciò che può sembrare spaventoso in un paese civilizzato può diventare, invece, auspicabile in un mondo senza regole.
«A me sembra terribile» disse John. «Ma rimanete veramente tagliati fuori dal mondo? Potreste scavalcare le colline, no?» Jess sorrise. «Alcuni lo hanno fatto» disse. «Ma è tutta una salita sulla roccia. E di roccia è anche il versante opposto. Quando il Lepe straripa è meglio starsene tranquilli in casa».
Scritto un decennio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, riporta al suo interno degli orrori passati in quel periodo e mai dimenticati, mostrando la tendenza dell’essere umano a non imparare dalla Storia ma a utilizzarla come base dell’idealizzazione del proprio futuro.
«Ma quello è l’Oriente» disse Ann. «Anche se la situazione cambiasse in breve il nostro paese è molto più regolamentato. Sappiamo cosa siano razionamento e privazioni».
Nel libro Christopher mostra il senso di superiorità dei suoi compatrioti che, forti dell’essere vincitori della guerra, mostravano di sentirsi un popolo sovrano, a cui non sarebbero potute capitare le stesse brutture possibili invece in altri Paesi, considerati inferiori.
«In fondo, come spesso ha ripetuto la stampa, noi non siamo asiatici. Sarà interessante osservare come ci comporteremo noi, rigidi inglesi, quando arriveranno le nuvole temporalesche. Siamo impassibili, si dice».
La mia opinione
Ho letto La morte dell’erba perché consigliato in un corso di Lettere come modello del romanzo apocalittico. Le mie aspettative al riguardo non erano elevate perché ho letto diversi libri di questo genere e non pensavo di poter trovare qualcosa di nuovo. Ho avuto ragione solamente a metà: è assolutamente vero che ciò che racconta John Christopher è assimilabile a testi che ho già letto e riletto, eppure nessuno di loro mi ha colpita emotivamente come questo testo. L’autore spinge i suoi concetti e li evidenzia in un modo tale da renderli concreti, da traslarli su di te, rendendoli anche un tuo problema. Dal punto di vista narrativo non ho particolarmente apprezzato che tutte le fasi del romanzo (intese come trama ma soprattutto come evoluzione del pensiero dei personaggi) fossero ripetute in numerosi dialoghi per fare in modo che il lettore le recepisse al meglio ma ammetto che ai fini del messaggio questo ha aiutato molto. La morte dell’erba non è diventato il mio libro preferito del genere ma mi ha lasciato qualcosa di emotivamente disturbante a cui in genere sono refrattaria. Perciò, anche se in modo particolare è diventato speciale ai miei occhi.
P.S. Si sa che ognuno può trovare in un romanzo ciò che cerca anche quando non è intenzione dello scrittore mettercela e, in questo caso, io ho trovato un’importante riflessione femminista. Gli uomini (e le donne) raccontati dall’autore non credono assolutamente nella parità di genere e lo mostrano sin dall’inizio del libro, facendo capire come ciò che viene descritto fosse la normalità per l’autore. Eppure, è quando il mondo cambia e ognuno di loro è chiamato a definire le proprie priorità che Christopher porta involontariamente i lettori interessati all’argomento a riflettere sulla portata delle premesse iniziali. Infatti, è molto semplice minimizzare alcune uscite sessiste o maschiliste in un mondo civile in cui, per chi guarda con superficialità, non hanno conseguenze. Quando, al contrario, vengono messe in atto concretamente in un mondo senza regole, persino la persona più cieca e superficiale riuscirà a capire il collegamento tra ciò che accade nel dopo, cresciuto grazie al seme piantato nel prima. Piantare quel seme è sempre stato sbagliato ed è inutile pentirsene solo se diventa troppo tardi per sradicare ciò che ne è nato.
Citazioni
Ma tutte le volte che sono andato fuori ho sempre avuto la sensazione che, al mio rientro, non appena varcato lo stretto passaggio, mi sarei potuto chiudere la porta alle spalle.
«Ne sono felice. Io amo la terra più di chiunque altro, ma ci sono dei casi in cui possederla diventa un pericolo. La migliore terra del mondo perde ogni valore se porta cattivo sangue tra fratelli».
«La vecchia fasulla illusione di chi vive in città: che la campagna non cambi mai» disse David. «Invece la campagna cambia molto più di una città. Per quest’ultima è solo una questione di edifici differenti… magari più grandi e più brutti, ma non più di questo. Quando la campagna cambia, lo fa in maniera più radicale».
«Mary si sposerà» osservò lo zio «come ogni donna che si rispetti».
Avete mai visto quelle vecchie fotografie sulla calamità dei conigli in Australia? C’erano reticolati alti tre metri, e i conigli… centinaia, migliaia di conigli… ammassati contro la rete, che montano uno sull’altro, con grandi balzi, finché non riescono a superare la barriera, o la barriera cede sotto il loro peso. Questa è la situazione attuale di Hong Kong, con la sola differenza che non sono conigli a premere contro la barriera, ma esseri umani».
«Ogni governo di questo mondo si consola con questo, identico pensiero. Gli scienziati non ci hanno mai tradito. Non lo crederemo mai possibile finché non capiterà veramente».
«Prima che tutto questo sia finito… arriveranno a odiarci? O finiremo con l’abituarci alla situazione, tanto da non renderci conto che stiamo cambiando?»
«Ormai non esistono più organi per la difesa pubblica. Adesso è tutta una faccenda privata».
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Compralo su AmazonQuarta di copertina
Pubblicato per la prima volta nel 1956, "La morte dell'erba" è diventato da allora un classico della narrativa, superando di gran lunga i ristretti confini del genere e della fantascienza. Il libro muove dalla descrizione dell'agiata esistenza londinese di John Custance e famiglia. Ingegnere, John predilige i comfort della grande città, e tuttavia non disdegna di trascorrere lunghi soggiorni nella valle del Westmorland, dove suo fratello David sovrintende con cura alla sua fattoria. La campagna è, del resto, il luogo d'origine dei Custance, oltre che il mondo per eccellenza della "Englishness": un universo flemmatico, rispettabile, idilliaco, fatto di "campi fertili, cittadine tranquille e borghesi pasciuti, di cassette delle lettere, birre, partite di cricket, tè del pomeriggio e correttezza". Un mondo che non batte ciglio dinanzi alle prime allarmanti notizie che giungono dall'Estremo Oriente. Un virus del riso altamente contagioso - chiamato Chung-Li - si sta diffondendo a macchia d'olio nella Cina comunista, distruggendo coltivazioni, causando carestia e tumulti e mettendo a repentaglio la vita di milioni di persone. La flemma e la correttezza inglesi si sciolgono, tuttavia, come neve al sole quando, alla quinta mutazione, il Chung-Li si mostra in grado di danneggiare ogni tipo di pianta appartenente alla famiglia delle graminacee, compresi grano, orzo, avena e segale, e dilaga ovunque in Europa, fino ad attraversare l'Atlantico e giungere in America…