Copertina di La diga

Scheda libro

La diga

La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman è un romanzo a quattro mani del 2022 pubblicato quest’anno in Italia da Prehistorica Editore. Ambientato in una località d’invenzione, prende spunto per le proprie vicende...

Consigliato: Sì
🍂 Autunno⏳ Letto in 2 giorni🥊 Colpisce: pancia😈 Vizio capitale: ira

La recensione

I luoghi ricordano?

Incipit

Pensa al lago di zolfo di Kawah Ijen. Gli tornano in mente la jeep davanti all’hotel alle due del mattino, l’aria gelida della notte asiatica, il tragitto caotico fino ai piedi del vulcano, il caffè nelle tazze di latta attorno al braciere, le voci morbide delle guide giavanesi, poi la salita, la temperatura che aumenta di pari passo col levarsi del sole, le prime sagome che scendono dalla montagna lungo sentieri stretti, piegate sotto il peso di blocchi di zolfo trasportati in zaini di fortuna, l’odore pungente e acre delle esalazioni di gas, e infine, dopo una notte di cammino, ecco comparire quel lago bollente, tossico, nel quale bisognava badare bene a non cadere per non finire dissolti come in una vasca d’acido.

Informazioni sul libro

La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman è un romanzo a quattro mani del 2022 pubblicato quest’anno in Italia da Prehistorica Editore. Ambientato in una località d’invenzione, prende spunto per le proprie vicende dalla storia vera della diga del Chevril, edificata dal 1948 al 1952 e del conseguente allagamento del villaggio di montagna di Tignes.

La diga è un romanzo a quattro mani originariamente pubblicato dalla Casa Editrice Inculte, fondata nel 2004 e orientata verso la scrittura collettiva e questo aspetto lo caratterizza particolarmente. Le due autrici, unite da uno scopo comune, hanno potuto in questo modo costruire un testo più completo e ricco, che non si sottomettesse ad un unico punto di vista.

Il libro presenta al suo interno sia parti scritte in nero – scritte in terza persona e rappresentanti il presente della storia, che vede come protagonista un ingegnere chiamato a controllare la diga – sia delle parti scritte in blu – con un narratore intrusivo che si esplicita spesso, che portano a riflettere su ciò che è accaduto effettivamente mentre veniva costruita.

Ignoro il momento in cui gli abitanti del paese hanno capito che era finita, il preciso istante in cui quella certezza si è imposta, bruciante, mentre per così tanto tempo aveva strisciato nel loro cervello, pavida, una serpe – fino ad allora avevano pensato alla diga come si sbircia nel buco della serratura, intimoriti da ciò che avrebbero potuto vedere, e avevano ricacciato subito quell’immagine inconcepibile nella parte posteriore dell’occipite, dove stagnava –, e non so nemmeno come sia riuscita a minare le loro speranze, a smantellare il loro rifiuto, come si sia sedimentata nelle coscienze, irreversibile: di fatto, hanno saputo che tutto stava per scomparire, che non sarebbe rimasto nulla.

La struttura del testo non colpisce solamente per il diverso utilizzo del colore ma proprio nel modo in cui queste divisioni sono state fatte. Infatti le due autrici sono riuscite a ribaltare la percezione sensoriale del lettore, riuscendo a fargli provare, anche se molto in piccolo, lo stesso spaesamento del protagonista del libro.

Infatti, la parte in nero – considerabile come principale sia per il colore più comune e dominante, sia per una maggiore linearità della trama – rappresenta l’incertezza e la confusione. Ciò che accade al protagonista, metodico, attento, pronto al sacrificio (si concede solo una sigaretta al giorno, pratica il sonno bifasico ecc) e presente solamente in questa parte, è più complesso da afferrare e per lui inaccettabile: vive in un piano reale e presente, apparentemente concreto, che viene però alterato dal passato, rappresentato dal piano blu, che lo fa sentire come se tutto si stesse disfacendo sotto i suoi occhi, nonostante tutti i suoi sforzi.

Tomi si fa avanti attratto dal collo della ragazza, dalle scapole appuntite nel suo maglione rosso, e sa quella voce alta che perfora l’aria e forse saprà finalmente dirgli cosa cazzo ci fa lì, e cosa sta succedendo.

Il piano narrativo in blu, in contrapposizione, si mostra come onirico (spesso nasce da un momento di blackout del protagonista) ma apporta i fatti concreti, le uniche certezze della storia. Numeri, date, registri rendono tutto così reale da trasportarti nel villaggio durante tutto ciò che accade. Anche le emozioni dei personaggi appaiono più forti e concrete, proprio perché supportate da una credibilità che contrasta completamente l’incertezza del piano narrativo principale.

La seconda campana, chiamata Egalité, pesa 560 chili e viene issata sul campanile nel 1799; è la campana laica, leggera, tonica, reca la maliziosa iscrizione Dio vede ogni cosa, suona in la diesis per i matrimoni, i battesimi, la nascita delle primogenite ma anche in occasione di alcune feste profane, come quella dell’Ursusbian – in quella giornata gli uomini del paese sfilavano nudi con indosso pelli di animali, mantelli di pelliccia, per celebrare la potenza sessuale dell’urside.

L’atmosfera percepita cambia dunque durante la lettura, facendoci sentire più presenti e attivi proprio nei momenti in cui il protagonista non lo è, trasmettendoci la voglia di poter comunicare con lui e fargli sapere ciò che lui non vuole capire (o più probabilmente accettare) e dirgli che noi lo vediamo.

E ferito, Tomi lo era davvero, anche se la sua era una lesione invisibile, indiscernibile. Nessuno sa dove sono, aveva pensato.

I luoghi ricordano? È possibile dimenticare il passato ricoprendolo o sotterraneamente ciò che era rimane per sempre? La conclusione del libro, che ovviamente non anticipo, rimane coerente e porta il lettore a prendere le proprie decisioni al riguardo.

La mia opinione

La diga è un romanzo atipico che sfrutta una storia vera particolare per portare a galla una tematica interessante dal punto di vista generale e fare riflettere su di essa. Tutte le scelte delle autrici, dalla scrittura a quattro mani alla divisione di colori e all’inversione delle priorità della narrazione, mi hanno fatto comprendere come per loro il fulcro del testo non dovessero essere loro ma il tema che portavano e l’annessa importanza della risposta, del messaggio che ognuno di noi avrebbe potuto cogliere dentro sé stesso.

È un libro inusuale che mi ha spiazzata, l’ho letto molto velocemente (i libri di questo editore si leggono di volata grazie all’impaginazione che usano per cui non smetterò mai di ringraziarli) ma una volta chiuso ho subito compreso che aveva solo cominciato a lavorare dentro di me. La sensazione provata durante la lettura è di quell’ineffabilità che si comprende più con il senno di poi che durante.

L’ho apprezzato e penso che, sedimentando, lo apprezzerò ancora di più. C’è una scena in particolare che mi ha colpita e a cui sto pensando da quando l’ho terminato che so già diventerà un metro di paragone per scene simili quando le incontrerò in altri libri (non ve la posso raccontare, però, è troppo importante nel testo! Se l’avete letto vi dirò solo “Joaquim” per farvela capire).

Citazioni

… si affaccia per fumarsi l’unica sigaretta della giornata – da quando ha deciso di smettere, una Malrboro light ogni ventiquattr’ore e niente accendino, soltanto quelle scatoline di fiammiferi distribuite come gadget, così c’è meno tentazione.

In un primo momento, dunque, gli abitanti di Seyvoz si sono sottratti al linguaggio – e già di loro non è che fossero dei gran chiacchieroni.

Essere di Seyvoz significa, di fatto, avere l’orecchio allenato agli slanci delle tre sorelle di Notre-Dame-Des-Neiges, riconoscibili tra mille, alla stregua di una voce umana.

Tomi si chiede come abbia fatto a sbucare dal nulla e atterrare lì, senza che la sentisse o la vedesse arrivare, quasi che la sua coscienza avesse subito un’interruzione elettrica e in quel lasso di tempo la creatura avesse preso corpo davanti ai suoi occhi.

Il lago ha sempre quell’aspetto di melassa, di un blu opaco, radioattivo, che polarizza il paesaggio, lo inghiotte nella sua liquida densità. Il turbamento di Tomi si accentua, la sua agitazione aumenta, senza un motivo apparente, alla sola vista di quell’acqua densa, pesante, inquietante, un’acqua che non gli ispira niente di buono.

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Quarta di copertina

Tomi Motz, ingegnere solitario, viene incaricato dalla sua impresa di controllare l’impianto della diga di Seyvoz, la cui edificazione, negli anni cinquanta, ha comportato la creazione di un lago artificiale e inghiottito il villaggio di montagna che si trovava là. Durante quattro giorni, Tomi ispeziona in lungo e in largo la zona. Sotto l’effetto di uno strano magnetismo, la sua missione è perturbata da una serie di disturbi sensoriali e psichici. Attorno a lui, il reale sembra sottrarsi: tutto vacilla, i luoghi e i comportamenti, i giorni e le notti, forse persino la sua stessa ragione. Avventurandosi fino alla frontiera del fantastico, questo romanzo scritto a quattro mani sonda le tracce di una catastrofe. Maylis De Kerangal e Joy Sorman vi fanno risuonare una memoria sommersa ma persistente, e affiorare stratificazioni temporali agganciate alle pieghe dello stesso paesaggio.

Pro

  • +Messaggio
  • +Struttura

Contro

  • -Approfondimento
  • -Comprensione

Indifferenti

  • =Protagonista
  • =Stile

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