TRAMA IN BREVE

Necropoli è il memoir scritto nel 1966 da Boris Pahor in cui l'autore ricorda gli anni vissuti nel "mondo crematorio".

EPIGRAFE

Sulle ombre si è stesa una fredda cenere.
SREČKO KOSOVEL

Ma il giorno in cui i popoli avranno compreso chi eravate morderanno la terra di dispiacere e rimorso. La bagneranno con le loro lacrime e vi eleveranno dei templi.
VERCORS

DEDICA

Ai Mani di tutti quelli che non sono tornati

INCIPIT

Domenica pomeriggio. Il nastro d'asfalto liscio e sinuoso che sale verso le alture fitte di boschi non è deserto come vorrei. Alcune automobili mi superano, altre stanno facendo ritorno a valle, verso Schirmek; così il traffico turistico trasforma questo momento in qualcosa di banale e non mi permette di mantenere il raccoglimento che cercavo.

RECENSIONE

C'era la morte, nell'aria. La respiravi.

Necropoli è un memoir dell'autore sloveno Boris Pahor, scritto nel 1966, in cui lo scrittore racconta la sua esperienza nei campi di concentramento.

Il primo aspetto che colpisce maggiormente del testo è ciò che ci si aspetta da una testimonianza importante di questo tipo: il carico emotivo trasmesso al lettore è tanto e può provocare dolore. Quest'ultimo, però, non sarà mai neanche lontanamente avvicinabile a ciò che è stato provato effettivamente da chi quelle esperienze le ha realmente vissute ed è un fio che trovo giusto pagare per poter comprendere, anche se solamente in modo indiretto, il perché ciò che è successo non dovrà mai essere dimenticato. Per lo stesso motivo ho deciso di leggerlo poco prima del giorno della memoria, che ricorre oggi 27 gennaio e di recensirlo per voi oggi, nella speranza di farvi conoscere un testo difficile, ma importante.

In ogni caso nessun pannello fotografico riuscirà mai a rappresentare lo stato d'animo di un essere a cui sembri che il suo vicino abbia ricevuto mezzo dito di liquido giallastro più di lui nella ciotola di metallo. Certo, qualcuno potrebbe raffigurare i suoi occhi infondendovi quella particolare espressione perduta che dà la fame, ma non potrebbe restituire l'ansia dell'interno della bocca e neppure le brame ostinate dell'esofago; e come potrebbe poi rappresentare le sfumature esteriori di quell'invisibile lotta che si svolge interiormente, quando i principi etici che ci hanno inculcato fin da bambini stanno capitolando di fronte alla sconfinata tirannia dello stomaco?

Il secondo elemento che mi ha colpita, invece, è stato completamente inaspettato e riguarda il taglio narrativo che è stato dato al volume: Pahor non ci racconta esclusivamente dei campi di concentramento ma anche delle sue successive visite, del suo stato d'animo passato e presente e accenna qualcosa anche del periodo precedente alla guerra. Le immagini di presente e passato si alternano mostrandoci anche le differenze tra il campo di concentramento di Natzweiler-Struthof tra ora e allora, oltre che ai sentimenti ambivalenti del protagonista al riguardo

Ecco, sono arrivato in fondo.
Ci sono due baracche, intatte, due, come lassù vicino all'entrata. Questa qui con la porta aperta era la baracca della prigione, e ora c'è lo stesso silenzio che l'avvolgeva quando noi, muovendoci sui ripiani superiori, ne sentivamo la presenza senza guardarla. La accettavamo nei nostri pensieri e al tempo stesso la escludevamo, come accettavamo ed escludevamo il forno che ardeva senza posa nella baracca accanto.

Terza particolarità del volume è il fatto che lo scrittore riesca a trasmettere al lettore, tramite un linguaggio evocativo, più i pensieri che le azioni. Le immagini raccontate sono, ovviamente, forti e comunicative ma in questo testo vengono accompagnate anche da ciò che da soli non potremmo comprendere; la reazione di un essere umano costretto a rivivere quelle scene ogni giorno della sua esistenza, senza alcuna certezza e con un'unico riferimento: l'istinto di sopravvivenza.

Perché la prima condizione qui, per avere una minima possibilità di sopravvivenza, è quella di scartare implacabilmente tutte le immagini che non appartengono al regno del male, tanto che anche chi alla fine scampa alla morte ne viene penetrato a tal punto che a distanza di anni, pur godendo di un più ampio respiro, vi rimane legato.

Necropoli svela, senza nascondersi, la doppia verità dell'animo umano; generoso anche nei momenti più duri ma al contempo concentrato su sé stesso.
Pahor dimostra, con le sue parole, la presenza di sentimenti contrastanti che, da quel momento, hanno per sempre caratterizzato la sua esistenza a partire da un senso di colpa, tipico del sopravvissuto, nei confronti di tutte le persone che, invece, non sono riuscite a vedere la fine della guerra.
Ed è proprio questo a rendere questo libro unico: riusciamo realmente ad immedesimarci nelle atrocità raccontate perché le persone di cui l'autore ci parla, compreso sé stesso, sono esseri umani reali che, davanti ad una situazione impossibile da immaginare per noi, sono dovuti cambiare, scoprendo a poco a poco che, per sopravvivere, l'uomo ha bisogno di potersi abituare a tutto, subendo un cambiamento indelebile della propria esistenza che lo corazza contro tutto.

Lo stesso autore si scopre più insensibile rispetto alle altre persone; ormai abituato ad aspettarsi solamente il male non riesce più a stupirsi o talvolta addirittura ad emozionarsi davanti alla scoperta di nuove atrocità della vita: solamente la vittoria del Bene contro il Male suscita in lui commozione. 

È vero: nel dopoguerra ho constatato di sentirmi profondamente commosso solo di fronte a una vittoria sulla crudeltà e sull'ingiustizia, mente rimango abbastanza passivo, se non del tutto freddo, davanti alle più immani sciagure umane.

Interessante è anche comprendere quanto, effettivamente, gli internati non conoscessero di ciò che succedeva, in generale nella Storia ma anche nel proprio campo di concentramento. Nella lettura siamo insieme a Pahor quando, grazie alle parole della guida turistica, l'uomo scopre verità che non ha mai saputo o non ha mai voluto vedere, mostrandoci ancora di più la differenza tra ciò che possiamo immaginare noi leggendo ciò che succedeva e ciò che possono aver provato coloro che, effettivamente, le hanno vissute.

Essendo un memoir il libro non è lineare e non segue regole specifiche, ma segue il filo dei pensieri del narratore che, talvolta, saltano di luogo e di tempo senza specificarlo esplicitamente. Il lettore potrà, dunque, avere grande difficoltà a seguire il protagonista e soprattutto a ricostruire una cronologia accurata di ciò che racconta. Più che un libro di storia che mira ad insegnare qualcosa, questo testo aiuta più a capire l'essere umano e a sentire sulla propria pelle una verità che, anche leggendo altre opere, rimane nascosta dentro di noi. Come reagiremmo in condizioni simili? Solamente vivendo atrocità simili, perpetuate nel tempo, potremmo comprendere come poterle "accettare" per riuscire ad andare avanti.

Chi può saperlo? Chi può sapere quanto si è egoisti per carattere e quanto invece a causa dell'organismo ormai intaccato?

Oltre a questo non mancano comunque le informazioni pratiche su ciò che è successo e su come è riuscito a sopravvivere, sebbene non siano complete e non siano l'epicentro del testo.

Alla fine del volume Pahor racconta anche ciò che ha scoperto dalle letture in tema che ha fatto successivamente, che gli hanno fatto scoprire e comprendere che in alcuni luoghi succedevano cose ancora peggiori e che l'hanno anche portato a riflettere sul suo modo di agire.

Le testimonianze provenienti da quei luoghi sono rivelazioni immani anche per chi in un lager ci ha abitato.

Dalle sue parole si evince come, nonostante abbia fatto l'infermiere e abbia aiutato tantissime persone sia a guarire che a lasciare la propria vita nel modo migliore possibile, l'uomo si senta potenzialmente sbagliato. Sente che avrebbe potuto fare di più, agire in modo differente, dimostrando ancora una volta la dualità tipica dell'essere umano: da un lato il bisogno di agire per sopravvivere e dall'altro la necessità di sentirsi bene con sé stesso, una volta giunta la salvezza e riflettendo su ogni decisione presa.

In conclusione, trovo che Necropoli sia un testo necessario, che oltre che ad insegnarci nuove cose sull'Olocausto ci aiuta a comprendere molto di più anche su di noi.
Sebbene la struttura priva di capitoli o di spazi non aiuti, così come lo stile denso (ma molto bello) dell'autore rendano lento il ritmo di lettura, ho finito l'intero libro in sole due sessioni.

Unica pecca riscontrata è stata la mia difficoltà di ricostruire i diversi passaggi e di comprendere gli spostamenti e la cronologia di ciò che succedeva. Questo problema, però, viene risolto in gran parte dalla nota bio-bibliografica in fondo al testo e, comunque, è coerente con la scelta narrativa intrapresa.

Ultimo commento sull'edizione Fazi, molto curata sia per quanto riguarda traduzione e testo che nell'estetica. Presenta al suo interno anche una prefazione di Claudio Magris, una foto dell'autore e delle note necessarie per comprendere la traduzione di alcune parole tedesche nel testo. 

Assolutamente consigliato!

CITAZIONI

Ci comportiamo nel modo esattamente opposto a come si comportano le api: dissipiamo il nostro polline su un milione di oggetti e, fingendo di ignorare la voce segreta che ci sussurra che non sarà possibile, speriamo di poter avere un bel giorno tanto tempo a nostra disposizione da riuscire a riempire il vuoto del nostro alveare.

Dev'essere proprio così. E non ce l'ho con lui, anch'io sarei incapace di parlare a un gruppo di visitatori se ci fosse lì ad ascoltarmi qualche mio compagno del mondo crematorio. A ogni parola avrei timore di incappare in una nota stonata, perché della morte e dell'amore si può parlare soltanto con se stessi o con la persona amata, con la quale formiamo una cosa sola. Né la morte né l'amore tollerano la presenza di estranei.

Tutto divenne ancora più mostruoso quando a decine di migliaia di persone furono cambiati il cognome e il nome, e non soltanto ai vivi ma anche agli abitanti dei cimiteri. Ed ecco che quella soppressione, durata un quarto di secolo, raggiungeva lì nel campo il suo limite estremo, riducendo l'individuo a un numero.

Sotto la carezza di tutte quelle lingue calde, il corpo dimentica per un attimo il vento della montagna, mentre lo spirito si rende conto che lì, sotto il pavimento, c'è il forno che il fuochista alimenta notte e giorno con ciocchi umani. Ma se anche a qualcuno venisse in mente che un giorno potrebbe essere lui a scaldare quell'acqua, il godimento del calore che scorre sulla pelle sarebbe sufficiente a rintuzzare quella preoccupazione.

In verità pensavo a tutto quello che potevo per non udire quel lamento intermittente, per non lasciarlo penetrare in me, perché dobbiamo escludere la morte dall'aria che respiriamo se non vogliamo che ci s'impianti nel midollo.

Non era vero. Non era affatto vero. Ma nessuno piò negare che nel fondo nel nostro essere, siamo inconsciamente sollevati se un pericolo incombe su qualcun altro e non su di noi.

... l'uomo con gli stivali si ritrovò accalappiato in una matassa aggrovigliata da cui tentava di districarsi nell'unico modo che l'anima tedesca conosce per tentare di risolvere i suoi complessi irrisolti: urlando.

SINOSSI UFFICIALE

Campo di concentramento di Natzweiler-Struhof sui Vosgi. L'uomo che vi arriva, una domenica pomeriggio insieme a un gruppo di turisti, non è un visitatore qualsiasi: è un ex deportato che a distanza di anni è voluto tornare nei luoghi dove era stato internato. Subito, di fronte alle baracche e al filo spinato trasformati in museo, il flusso della memoria comincia a scorrere e i ricordi riaffiorano con il loro carico di dolore e di rabbia. Ritornano la sofferenza per la fame e il freddo, l'umiliazione per le percosse e gli insulti, la pena profondissima per quanti, i più, non ce l'hanno fatta. E come fotogrammi di una pellicola, impressa nel corpo e nell'anima, si snodano le infinite vicende che parlano di un orrore che in nessun modo si riesce a spiegare, ma insieme i tanti episodi di solidarietà tra prigionieri, di una umanità mai del tutto sconfitta, di un desiderio di vivere che neanche in circostanze così drammatiche si è mai perso completamente.

PRO / INDIFFERENTE / CONTRO
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