La vita in più. Una storia vera

Di Fabio Rizzoli

Mondadori

164 pagine

7,5/10

Consigliato: Sì

Basato su storia vera

Italiano

Romanzo

Stand-alone

Biografia/Autobiografia/Memoir

TRAMA IN BREVE

In La vita in più Fabio Rizzoli ci racconta, in maniera propositiva ed edificante, la propria esperienza con una delle malattie che spaventa di più: il cancro.

DEDICA

a M e L
e ai miei amici di una vita:
l'amicizia è più pura dell'amore

A Giancarlo

INCIPIT

Alle 16.59 del 26 marzo, martedì, fui accettato al pronto soccorso dell'ospedale Niguarda.
Ero arrivato guidando senza fretta, mentre il mio sguardo scivolava sulla Milano delle mezze luci del pomeriggio. 
Appena salito in auto mi ero inaspettatamente rilassato, ma di certo non per le parole rassicuranti della Manfredonia, a cui non avevo minimamente creduto.

RECENSIONE

L'inizio e la fine delle cose accadono in un singolo istante. La prima goccia di pioggia, l'ultima sillaba della parola che ci ha fatto piangere, il silenzio dopo la nota finale di un concerto, tutto è congelato in un attimo.

La vita in più, una storia vera è il primo romanzo dell'autore Fabio Rizzoli e parla della sua personale esperienza con una malattia di cui si parla ogni giorno di più: il cancro.

La struttura del romanzo rispecchia il percorso svolto dal narratore. 
Nella prima parte ci vengono introdotti i dolori della malattia e la personalità del personaggio principale che ripercorre in flashback gli aspetti salienti della sua esistenza, durante la prima attesa in ospedale.
La seconda parte è quella in cui il lettore si stupirà maggiormente, costatando una reazione decisamente inusuale del protagonista nei confronti della sua malattia: anziché qualcosa di negativo il suo tumore diventa qualcosa di positivo, che lo rende incondizionatamente amato e privo di qualsiasi colpa di fronte ai propri cari. Grazie a lui l'uomo si sente finalmente comodo e protetto.
La terza fase è quella della consapevolezza, in cui il lettore troverà la realtà della malattia e in cui si preparerà la strada per la conclusione del finale che invierà un messaggio forte.

Pensai che se fossi stato malato avrei avuto la scusa per mettermi al riparo dai problemi. Mi sarei potuto finalmente affrancare dalle responsabilità, rifugiandomi in una situazione in cui le circostanze esterne avrebbero deciso per me. Non avere difese, come un bambino. Essere custodito in un ambiente protetto, un asilo. Venire accudito, privo di colpe. Sì, la malattia avrebbe potuto salvarmi.

L'incipit del libro si apre proprio con il protagonista giunto da poco all'ospedale, in attesa di una visita di controllo che lui sa essere necessaria nonostante il parere contrastante del suo medico curante. Sin da questo inizio comprendiamo come l'autore abbia deciso di raccontare questa storia con semplicità, senza volerne sottolineare le tragicità, ma nemmeno nascondendole.

Anche lo stile prescelto rispecchierà questa decisione. Il protagonista ci parla direttamente, consapevole di essere letto e, per farsi comprendere dal lettore, utilizza frasi chiare ed esplicite che aiutano a capire i fatti accompagnandole costantemente da chiose più poetiche e/o metaforiche che trasmettono ciò che Rizzoli ha ricavato dalle sue esperienze.
I concetti più importati vengono sottolineati con maggiore enfasi attraverso l'utilizzo di ripetizioni (volute) ad inizio frase che catturano l'attenzione del lettore.

Quello che ho apprezzato maggiormente e che credo dia particolare valore al libro è il completo mettersi a nudo dello scrittore. Il protagonista, infatti, può essere considerato un uomo qualunque, per sua stessa definizione un ignavo che, come tutti noi, possiede tanti pregi ma anche tanti difetti. La trama verte principalmente sulla sua malattia ma ci svela molto anche sulla sua vita precedente e non tutte le dichiarazioni fatte sono semplici perché descrivono azioni che possono essere facilmente giudicate da persone "esterne". Questo, unito a dettagli che non servono ai fini della storia (tutto ciò che riguardo il gatto e la sua potenziale doppia vita) concorrono a rendere credibile la narrazione. Certo, sin dal sottotitolo il lettore è pronto a leggere una storia vera, ma capita spesso che gli autori, pur scrivendo un'autobiografia, cerchino di nascondere alcuni aspetti meno luminosi della propria vita, specialmente se non necessari per esplicitare il tema principale. Rizzoli, invece, ci convince: sentiamo che nulla ci è stato nascosto.

Gatto era il personaggio interpretato dal gatto. Erano due esseri distinti. Quando il gatto faceva Gatto aveva uno sguardo insondabile.

Per lo stesso motivo penseremo di conoscere profondamente il protagonista e meno le persone intorno a lui che, inevitabilmente, ci vengono descritte dal suo punto di vista che, come quello di ogni uomo comune, è parziale e comandato anche dai propri sentimenti.

Quando si parla di romanzi con temi importanti come questo è facile che il lettore eviti di affrontarli onde evitare di avvertire troppo l'atmosfera e provare un grande dolore. Come suggerisce il titolo, però, La vita in più è un romanzo che, per quanto affronti un argomento facilmente interpretabile come infelice, desidera inviare un messaggio positivo e propositivo e che non mira assolutamente alla compassione del lettore. Anche per questo penso che Rizzoli abbia deciso di descrivere tutto di sé stesso; saremo meno propensi a considerarlo puro ed innocente come, tendenzialmente, si fa con quelle che consideriamo vittime degli eventi.

Nonostante sia semplice immaginare gli accadimenti legati alla storia principale, lo stile spigliato di Rizzoli e la sua leggerezza (positiva) nel raccontare anche i momenti più delicati, rende la lettura piuttosto scorrevole. Il lettore avvertirà un ritmo discendente a causa della maggiore profondità di ciò che viene descritto nella terza parte del volume.

Il romanzo, come si può immaginare, è ambientato principalmente nell'ospedale in cui il nostro protagonista viene curato. Ci sono accenni anche alle due città principali per l'uomo; la sua città natale Bologna, e Milano, la città in cui ha deciso di trasferirsi per amore. Questi tre luoghi vengono descritti principalmente per ciò che significano nella mente del narratore, piuttosto che nella loro estetica.
Il tempo che passa viene scandito da poche date che rendono chiare le tempistiche senza evidenziarle particolarmente.

Mi trasferii da Bologna a Milano, che ho conosciuto attraverso i suoi occhi. Ogni angolo della città finì per associarsi ad un'emozione. La strada della malizia, la piazza del perdono, il viale delle confidenze, il sottopassaggio delle coccole. Tutti i mattoni di Milano cominciarono ad avere un nome provato, intimo.

La cura del volume è ottima, non ho riscontrato errori o refusi.

In conclusione, La vita in più è un romanzo che parla del cancro in modo totalmente diverso da quello che comunemente potremmo pensare. 
Si tratta, dunque, di un romanzo che riesce a raccontare con apparente facilità un tema ostico per chi ci ha effettivamente avuto a che fare.

È un libro piacevole ed unico, perché trattando della storia personale dell'autore non sarebbe potuto scaturire da nessun'altra penna. 
Lo consiglio, dunque, a chi dà particolare rilevanza alla persone e alle loro esperienze, ma soprattutto a coloro che direttamente o indirettamente sono a contatto con questa malattia. Solitamente quando qualcosa del genere colpisce le nostre vite è complicato dedicare i propri pensieri a qualcos'altro; leggere La vita in più può essere il giusto compromesso e può aiutarci, al contempo, a guardare con un punto di vista completamente differente ciò che, giustamente, vediamo come foriero di dolore e paura.

CITAZIONI

Avevo camuffato il dolore per non perdere punti agli occhi della mia compagna. Del resto, avevo cominciato ad andare in palestra proprio per compiacerla, lei malata di fitness e io tendenzialmente refrattario a qualunque forma di attività fisica.
Quello fu l'inizio di tutto.

Era sempre più imbarazzante sdraiarmi, ricevere il servizio e poi darle trenta euro, tant'è che a un certo punto smettemmo di parlare, per evitare che la confidenza ostacolasse il rapporto professionale. È vero che tra noi si era sviluppato qualcosa di più, di diverso, ma non volevo rinunciare all'atto liberatorio di venirle in bocca.

Eravamo nella prima adolescenza, il periodo in cui si crede soltanto alle bugie.

Le nostre scelte furono dettate più dal caso che dalle inclinazioni personali. Il mercato del lavoro non consentiva di seguire le proprie passioni, era l'offerta a generare la domanda. E noi domandammo di tutto, bussammo a tante porte, poi finimmo per accontentarci.

Durante l'adolescenza sentivo di spartire con gli amici la parte migliore di me stesso. Le nostre non erano confidenze, erano un modo per sopravvivere all'incertezza. Quei giorni non cambiavano mai e al contempo cambiavano sempre. Fare le stesse cose era un rituale per crescere. Maturammo con la consapevolezza che non si può essere più liberi che con un vero amico, liberi di non aver paura di sbagliare.

La paura mi portò a riconsiderare la mia identità. Chi ero senza gli altri? Cosa restava di me una volta appuntate le appendici sociali? Ciò che rimaneva mi faceva orrore. L'anonimato.

Credo che nessuna relazione possa essere paragonata all'amicizia, se non il rapporto viscerale che lega i genitori ai propri figli.

Pensai che le disgrazie ci rendono incoerenti e alterano la nostra personalità.

Provavo curiosità verso ciò che mi attendeva, speravo di incontrare il senso che avrebbe reso finalmente i miei giorni degni di essere vissuti.

Mi rilassai. Quando i nostri sospetti si rivelano fondati non possiamo non provare soddisfazione, anche se questa fondatezza conferma l'ipotesi peggiore.

Del resto, nessuno può permettersi di ignorare una notizia del genere. Anche se non si è particolarmente coinvolti emotivamente bisogna comunque mostrarsi molto turbati, è una specie di obbligo sociale.

C'è un confine labile tra il voler bene a una persona e l'essere aggrappato alla situazione in cui la si è conosciuta. Talvolta i due sentimenti possono sembrare simili, ma in realtà sono intimamente diversi. Spesso restano in mente più le circostanze che le persone. Non è triste, è soltanto umano.

SINOSSI UFFICIALE

Cosa può succedere quando una notizia inattesa rivoluziona la nostra vita? È difficile prevederlo, perché spesso le cose non sono come sembrano. Infatti in questa storia, proprio come in quella reale dell'autore, un evento apparentemente tragico si rivelerà essere invece la via per la rinascita. Lui è un uomo comune, in conflitto tra amore e sesso, fedeltà e tradimento, speranza e depressione. Sta attraversando un periodo difficile: ci sono crepe nella relazione con Anna, il lavoro scarseggia, l'umore è in caduta libera. A peggiorare la situazione si aggiunge un mal di schiena sempre più ostinato, che lo spinge a fare un controllo. Imprevedibilmente l'esito dell'esame lo condurrà a un ricovero immediato, per cercare di fermare una malattia che sembra aver preso in fretta il sopravvento su tutto. Da qui, per lui comincia la vera vita. Il reparto d'ospedale diventa la porta d'accesso per una conoscenza più profonda dell'esistenza, che lo porterà a fare i conti con se stesso, le persone che gli stanno accanto, i ricordi felici, le bugie, i desideri intimi. Raccontato in prima persona con spiazzante sincerità, "La vita in più" è il diario di bordo di un'avventura personale e spirituale, in cui da ogni lacrima nasce un fiore.

PRO / INDIFFERENTE / CONTRO
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