TRAMA IN BREVE

Tre settimane in un'isola disabitata a guardia del Ciclope: un faro di cui l'autore non ci svelerà mai l'ubicazione. Rumiz in questo volume ci racconta tutto ciò che ha pensato, ricordato e riportato alla vita "normale" grazie a quest'esperienza unica.

INCIPIT

Era quella che si dice una nottataccia. Salivo per il sentiero a picco sul mare lottando con le raffiche, e nel buio dovevo badare a dove mettere i piedi. Da ovest arrivava il temporale, la folgore mitragliava un promontorio lontano simile a una testuggine. Ero sbarcato appena in tempo: con quel mare in tempesta non sarebbe arrivato più nessuno per chissà quanti giorni. Ero solo, non conoscevo la strada del faro e l'Isola era deserta. Miglia e miglia lontano, il resto dell'arcipelago era inghiottito dal buio e dalla spruzzaglia. Non una luce, niente.

RECENSIONE

Dall'orlo della scarpata la torre si piegava verso di me, torcendo la sua possente struttura in pietra. Cercava l'intruso con l'unico occhio da ciclope.

Il ciclope di Paolo Rumiz è stato il mio primo libro dell'autore e, per questo motivo, non sapevo esattamente a cosa andavo incontro prima di iniziarlo.

Questo è ciò che mi ripeto per cercare di giustificare, almeno in parte, la mia incapacità di riuscire ad entrare dentro al testo e, lo ammetto, talvolta persino di comprenderlo pienamente.

L'autore ha intrapreso un viaggio unico: è stato tre intere settimane in un'isola disabitata (che non viene mai nominata per salvaguardia del posto, ma che si può desumere grazie ad alcuni indizi) come guardiano del faro. Il ciclope nasce dagli appunti presi durante quest'esperienza, in quello che potremmo definire come una sorta di diario di viaggio. Questo è il motivo per cui, prima della lettura, ci si potrebbe aspettare un racconto piuttosto lineare e interamente inerente all'esperienza. In realtà, ciò che troverete in questo volume è più legato al flusso di coscienza avuto dall'autore durante questo periodo, piuttosto che alla storia di cosa effettivamente è accaduto.

Paolo Rumiz, infatti, intervalla le descrizioni dell'isola e delle giornate lì trascorse con digressioni riguardanti la sua vita, in cui ci parla di altri viaggi, altre conoscenze e ci mostra la sua vasta cultura al riguardo di numerosissime materie. Tante sono anche le citazioni di libri e di autori disparati, tra i quali compare più volte anche il mio amato Robert Louis Stevenson. I capitoli stessi sono intitolati, talvolta, utilizzando nomi di figure mitologiche, religiose e/o letterarie (Giona, Cassandra...) che si ricollegano sempre al contenuto del testo. 

Sono nella macchina di luce, nella sua pancia, come Giona nella balena. La prima notte nel faro non è ancora finita, e il Ciclope si è già impossessato di me.

Questa scelta rende il libro particolarmente denso (tantissimi concetti differenti in pochissimo spazio) e periglioso: si passa dal presente al passato, da un accadimento a una leggenda, da un personaggio ad un altro, da un racconto a una presa di posizione e, a meno di avere la medesima cultura e le stesse conoscenze del narratore, potrà capitare di perdersi, di non capire dei passaggi o, perlomeno, il perché di alcuni collegamenti. La comprensione, dunque, non è stata così semplice per me.

Da amante del mare, ammetto di aver scelto questo testo (che, tra l'altro, avevo l'intenzione di leggere in riva al mare, proprio per riuscire a viverlo al meglio) principalmente per riassaporare l'atmosfera che solamente questa ambientazione mi fa vivere, sia come lettrice che come persona. Un'isola disabitata e il completo isolamento dalla tecnologia, mi sembravano presupposti perfetti per leggere qualcosa di profondo e poetico. Questi aspetti non mancano, e quando Rumiz si sofferma sulle descrizioni le immagini arrivano vivide, ma sono solamente una piccola parte di ciò che viene narrato e, personalmente, ho trovato difficile rientrare in tempo nell'atmosfera giusta prima che l'autore ne uscisse nuovamente per raccontarmi qualcos'altro. 

Un mondo dove, stagioni a parte, il tempo è scandito dall'avanzare delle rughe sul viso di ossute matriarche nerovestite.

Lo stile di Rumiz è altisonante, ricercato e talvolta molto specifico. Dona bellezza e significato ad ogni minima espressione e cerca di rendere il racconto di un piccolo avvenimento un insegnamento che si può estrapolare ed utilizzare per imparare qualcosa in generale, sulla vita e sugli uomini. L'autore ci fa sapere la propria opinione personale su alcuni aspetti della vita quotidiana, talvolta alcuni concetti sono ripetuti più volte e con enfasi.

Navigarvi con l'immaginazione è mille volte meglio che brancolare nel web, o castrare le mie divagazioni con la scorciatoia di un motore di ricerca.

A causa della densità del testo, della sua non linearità e dello stile, che porta a leggere lentamente e con attenzione ogni singola parola, il ritmo di lettura è particolarmente lento. Nonostante le poche pagine, consiglio di organizzarsi per leggerlo in tanto tempo, poche pagine alla volta. 

Bello il finale in cui, finalmente, ho sentito di essere riuscita ad entrare un po' nella storia, anche se un po' troppo tardi. Ammeto di aver pensato di rileggerlo subito dopo nella speranza di riuscire ad avere la medesima sensazione anche con il resto del testo ma, alla fine, ho rinunciato.

In conclusione, trovo che questo libro, rimaneggiato ben poco rispetto agli appunti iniziali, per stessa ammissione dello scrittore, sia molto personale e, quindi, difficile da seguire per chi arriva da fuori e, magari, conosce anche poco Rumiz. Sono tantissimi gli spunti interessanti inseriti nel testo ma non li ho trovati approfonditi come avrei voluto, in particolare il racconto del viaggio che, a conti fatti, non occupa così tanto spazio nel volume come, invece, speravo.

A ripensarci, mi rendo conto di non aver scritto io questa storia. Sono stati il vento e la marea. Io non ho fatto che registrarne la voce amplificata dal ventre cavo della torre. Per questo il diario che ho riempito non ha quasi bisogno di rielaborazione. Esso è, in tutto e per tutto, il racconto. Non mi resta che trascrivere e riordinare quelle note.

Lo consiglio a chi ama questo scrittore e desidera sapere le sue esperienze di vita, le sue conoscenze e le sue opinioni su argomenti quali i social e la tecnologia, a chi apprezza un'infarinatura generale su tantissimi argomenti differenti.
Non lo consiglio a chi desidera leggere la storia di un'isola, del mare, del faro, perché tutto questo c'è ma è nascosto molto dietro alla figura del narratore.

Vi prego dunque, nel caso la trovaste, se siete affezionati alla mia scrittura e non volete che un luogo benedetto sia invaso dall'orda degli infedeli, non ditelo a nessuno. E se doveste rompere il patto e dire forte quel nome, vi maledirò come Long John Silver sull'Isola del Tesoro. E farò di tutto per smentirvi.

CITAZIONI

Sull'Isola la lotta per la vita non cessa nemmeno a notte fonda. Ce ne sono a migliaia, di uccelli, sullo scoglio sperduto. La scarpata e i pendii della brughiera sono pieni di nidi.

A viaggio finito, mi accorgo che in quei giorni ho aderito al presente in modo totale, forse come mai in vita mia. Per tre settimane non ho avuto né radio, né tv, né internet, né telefono.

I faristi sono uomini duri, inchiodati a uno scoglio. Monarchi assoluti del loro territorio e, allo stesso tempo, reclusi al confino. Succede che, a furia di star soli, siano spesso torvi e magari un po' matti.

Stanotte sono davanti a quella cosa che fanno di tutto per nasconderci e che ci salverebbe dal naufragio: il senso del limite.

E davvero, in un luogo dove non succede nulla, il tempo è la prima cosa da annotare. Il meteo riassume l'universo. E la nostra cattiva coscienza.

Ora dovrei dirvi dove sono. Per esempio, che questa è un'isola lontana da tutto eppure al centro di tutto. Uno scoglio che, nonostante la distanza, è impossibile mancare. Dirvi che è microscopica, ma sulle mappe nessuno la dimentica, perché è un punto nave fondamentale. (...) Ma non lo farò. Non vi dirò nemmeno la nazione a cui appartiene, perché detesto le nazioni e il mare non ha frontiere.

La strada di terra non è meglio: vi si para davanti un monte altissimo e precipite, segnato da una strada tortuosa a picco sulle scogliere, dove le raffiche sono in grado di far rotolare in basso anche i rimorchi dei carri pesanti. Per questo tanti preferiscono allungare il viaggio e aggirare il monte per l'interno.

Una leggenda dice che il monte ha quel carattere temporalesco semplicemente perché "non ce l'ha fatta a diventare isola". Tutti i marinai, da quelle parti, sanno che le isole altro non sono che monti circondati dal mare. Ma sanno pure che non tutti i monti hanno avuto questa opportunità.

Ovviamente so il suo nome vero, ma chi va alla scoperta di un'isola, come tutti i conquistatori, prende il vizio di ribattezzare i luoghi e le creature che li abitano.

"Scusi, lei è del posto?"
Domanda strepitosa. Essere del posto su un'isola disabitata e lontana da tutto è un concetto terricolo che mi fa impazzire. Qui nessuno è del posto. All'ombra del Ciclope non si nasce e tantomeno si muore. Così vuole la leggenda.

Come sempre, ognuno cerca ciò che non ha.

"Il mare si vive d'inverno. In quella stagione è tutto mio. D'estate, invece, è cosa di tutti".

SINOSSI UFFICIALE

Un'isola uncinata al cielo con le sue rocce plutoniche, attracco difficile, fuori dai tracciati turistici, dove buca il cielo un faro tuttora decisivo per le rotte che legano Oriente e Occidente. Paolo Rumiz, viandante senza pace, va a dividere lo spazio con l'uomo del faro, con i suoi animali domestici: si attiene alle consuetudini di tanta operosa solitudine, spia l'orizzonte, si arrende all'instabilità degli elementi, legge la volta celeste. Gli succede di ascoltare notizie dal mondo, e sono notizie che spogliano l'eremo dei suoi privilegi e fanno del mare, anche di quel mare apparentemente felice, una frontiera, una trincea. Il faro sembra fondersi con il passato mitologico, austero Ciclope si leva col suo unico occhio, veglia nella notte, agita l'intimità della memoria (come non leggere la presenza familiare della Lanterna di Trieste), richiama, sommando in sé il "gesto" comune delle lighthouse che in tutto il mondo hanno continuato a segnare la via, le dinastie dei guardiani e delle loro mogli (il governo dei mari è legato all'anima corsara delle donne), ma soprattutto apre le porte della percezione. Nell'isola del faro si impara a decrittare l'arrivo di una tempesta, ad ascoltare il vento, a convivere con gli uccelli, a discorrere di abissi, a riconoscere le mappe smemoranti del nuovo turismo da crociera e i segni che allarmano dei nuovi migranti, a trovare la fraternità silenziosa di un pasto frugale.

PRO / INDIFFERENTE / CONTRO
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