Recensione

Un cane non avrebbe mai fatto un errore così grossolano.

Timbuctù di Paul Auster era un azzardo.

Da amante dei cani, ma non dei libri che cercano in tutti i modi di far piangere il lettore con storie strappalacrime, sono sempre guardinga prima di acquistare un libro di questo genere.

I romanzi eccessivamente basati sui sentimenti e le emozioni (soprattutto se non supportati da altro), non fanno per me e capita spesso che quelli riguardanti gli animali puntino verso questa direzione.

Paul Auster, però, è un autore che mi ha già dimostrato le sue capacità, perciò ero davvero curiosa di scoprire se sarebbe riuscito a non deludermi anche in questa particolare tipologia di romanzo.

Timbuctù racconta la storia dal punto di vista di un cane di 7 anni: Mr Bones. Questo cagnolino è enormemente intelligente e ragiona, forse, in maniera più umanizzata di quanto noi potremmo abitualmente attribuire alla mentalità dei nostri cuccioli ma, al contempo, mantiene la sua caninità, che si estrinseca in un pensiero genuino, innocente e dolce. Ancora una volta lo scrittore riesce a trovare un punto di equilibro tra la sua originalità e la veridicità: il protagonista diventa così un cane fuori dal comune ma assolutamente credibile e, soprattutto, coerente con ciò che viene raccontato.

Mr Bones capì. Lui capiva ogni cosa che gli diceva Willy. A quanto poteva ricordare era così da sempre, e a questo punto la sua conoscenza dell'ingluso non era inferiore a quella di qualsiasi altro immigrato che calcasse la terra americana da sette anni.

Lo stesso si può dire dello stile. Difficilmente avrei potuto considerare scritto altrettanto bene un romanzo narrato in modo semplice ed eccessivamente lineare: trattandosi del racconto di un cane, è faticoso aspettarsi dei voli pindarici e degli esercizi di stile.

Paul Auster, invece, fa pensare Mr Bones in maniera intellettuale, con parole complicate e ragionamenti non sempre semplici. Abbina però, ad essi, una mentalità canina che permette di considerare il tutto credibile.

Perché riconosciamo sì, l'incredibile cultura di questo cagnolino, ma non c'è mai un solo momento in cui Mr Bones ci sembri un umano qualsiasi: lui è sé stesso e deve tutto quello che sa degli umani, al rapporto da pari instaurato con il suo padrone: Willy.

La narrazione è in terza persona ma si focalizza sulle conoscenze di Mr Bones.

In quel momento, se ne fosse stato capace avrebbe sorriso. Se fosse stato capace di piangere, avrebbe pianto. Anzi, se era possibile una cosa del genere, avrebbe riso e pianto insieme, per esaltare e deplorare l'amato padrone che presto sarebbe scomparso.

Gli altri personaggi (poco numerosi) sono tutti raccontati secondo il punto di vista del protagonista. Anche qui, Mr Bones, dimostra una capacità straordinaria: riuscire a capire i "suoi umani" sia per la loro mentalità che per la propria. Lui dimostra, cioè, di conoscere gli uomini e quello in cui credono, ma li giudica con un metro di paragone tutto suo che non tiene affatto conto di ciò che, per lui, è poco importante.

Nel romanzo sono molti i luoghi citati; fra tutti un ruolo importante l'hanno Brooklyn, luogo in cui vivono ufficialmente Willy e Mr Bones e Baltimora, luogo in cui si apre la vicenda. Le descrizioni ambientali sono particolari perché, anch'esse, sono filtrate dal diverso approccio che un uomo e un cane possono avere nel descrivere un luogo. Mr Bones si sofferma sugli odori e sulle sensazioni, un umano, invece, si soffermerebbe maggiormente sull'estetica.

L'anno in cui si svolgono le vicende è il 1993,ma l'autore indugia molto anche sulle vicende passate. Anche quelle antecedenti alla nascita del nostro piccolo protagonista.

A Mr Bones Baltimora non stava antipatica in sé. Non aveva un odore più cattivo di qualunque altra città dove si erano accampati in quegli anni; ma pur comprendendo la finalità del viaggio, lo addolorava il pensiero che un uomo potesse decidere di passare gli ultimi momenti della sua vita in un posto che non aveva mai visto.

L'atmosfera è  l'elemento più difficile da valutare oggettivamente. Come ho già anticipato, l'argomento animali mi rende particolarmente sensibile, perciò è molto più semplice per me, piuttosto che per un altro tipo di lettore, emozionarmi davanti alla lettura. Cercherò perciò di dire solo ciò che penso possa essere oggettivo: Paul Auster non esagera mai.

È evidente che un romanzo che parla di un cane dal suo punto di vista, possa avere momenti teneri, dolcezza e ingenuità. Lo scrittore, però, non indugia mai eccessivamente su di esse. Non cerca di calcare la mano sulle emozioni, si limita a raccontare ciò che è.

È proprio questo aspetto ad avermi totalmente convinta: da scettica come sono, se avessi avvertito una qualche forzatura da parte dell'autore, nel tentativo di farmi provare ciò che desiderava provassi, mi sarei immediatamente chiusa a riccio, cosa che mi capita, infatti, con molti romanzi sentimentali che giocano molto su questo aspetto.