La lezione di anatomia

Di Philip Roth
Titolo originale: The Anatomy Lesson
Voto: 8
Prima edizione: 1983
Numero di pagine: 239
Editore: Einaudi
Consigliato: Si

Tags: Contemporaneo, Ebreo, Serie/Saga, Statunitense
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Trama in breve

Nathan Zuckerman è costretto a letto da una malattia sconosciuta: tutto ciò che sa è che nulla, neppure le cure meno tradizionali, sembra riuscire a dargli conforto. E se tutto questo fosse un segno? Se il suo destino gli stesse cercando di far prendere la giusta direzione?

Dedica

A Richard Stern

Incipit

Ogni uomo, quando è ammalato, ha bisogno della mamma; se la mamma non è disponibile, altre donne dovranno sostituirla. Zuckerman l'aveva sostituita con altre quattro.

Recensione

Il problema non è che tutto dev'essere un libro. È che ogni cosa può essere un libro. E non conta, come vita, finché non lo è.

Sono passati due anni da quando ho cominciato a leggere le opere di Philip Roth e, ormai, mi posso considerare una lettrice esperta di questo autore, per quanto mi manchino ancora da leggere diverse sue opere e che sia consapevole che, finché non avrò letto la sua intera bibliografia, non potrò dire di conoscerlo come chi, invece, l'ha già fatto.

Come è giusto che sia, da maggiore esperienza deriva anche una maggiore aspettativa; continuo a stupirmi della sua genialità e della sua bravura, ma è inevitabile accorgermi che, pur trattandosi di un livello sempre molto alto, non tutti i suoi libri sono ugualmente belli.

Il caso di La lezione di anatomia è lampante; non ho dubbi che, se l'avessi letto per primo, avrebbe ricevuto un voto ben più alto di questo, però io lo sto leggendo ora, dopo aver scoperto autentici capolavori dell'autore e, perciò, la mia critica sarà ben più aspra di come lo sarebbe stata se non avessi già conosciuto ed apprezzato, in precedenza, la grandezza di Philip Roth.

Prendete perciò il voto in stelline e in decimali e il giudizio pro, indifferente e contro, per quello che sono; un paragone con le altre opere dell'autore e non un giudizio in senso assoluto.

Gli argomenti su cui si va sempre sul sicuro con Roth sono due: lo stile e l'ironia.
Fortemente collegati tra loro, questi due aspetti rendono piacevole la lettura di qualsiasi cosa possa uscire dalla penna dello scrittore; se pubblicasse la lista della spesa scritta alla Roth la leggerei estremamente volentieri.
Questo perché per me, il valore principale di un autore, soprattutto se di letteratura alta è il suo stile, il resto viene solamente dopo. Se uno stile non è ben riconoscibile o non mi piace (sia per criteri oggettivi che soggettivi), allora non riuscirò ad apprezzare nulla del romanzo, per quanto oggettivamente possano esserci aspetti ben trattati e definiti che, indubbiamente, evidenzierei per voi nella mia eventuale recensione.

Dello stile di Roth vi parlo da talmente tanto che, ormai, di cose da dire in aggiunta ce ne sono poche, mi limito perciò a dirvi cos'ha di speciale: è un maestro.
Questo scrittore non solo conosce le parole ma le ama, è consapevole di ogni loro piccolo significato, di ogni sfumatura.
Roth non scrive mai una cosa come viene, la gira, la rigira, la ruota ancora e, se è abbastanza ingarbugliata da poter esprimere tutto in poco allora sì, capisce che è quella la formula giusta da utilizzare.

Per fare questo ci vuole un'ottima cultura lessicale ma anche intelletto. Quest'ultimo aspetto viene trasmesso anche grazie alla forte ironia.
Roth riesce ad essere incisivo non essendolo affatto, perché tutto ciò che leggi di suo ha un doppio significato e si nasconde dietro moltissime altre parole. È impossibile apprezzarne la scrittura se non si nota che dietro alla sua forte ironia si nasconde qualcosa che va al di là della banale battuta e che la costruzione della frase è stata scelta per un motivo ben preciso.

L'incipit del libro è vincente. Si apre un romanzo di Philip Roth, si legge la prima frase e si capisce già che non lo si poserà più; ti cattura. Ciò che vi dicevo su stile ed ironia si denota già qui; provare per credere.

Per quanto riguarda la storia trattata al suo interno; troviamo uno Zuckerman malato, costretto a letto da mesi e che non riesce a farsi diagnosticare cosa abbia. L'idea è originale ed interessante, la trama non è particolarmente estesa nella prima parte ma porta a moltissime considerazioni sulla malattia e sulla necessità dello scrivere davvero impagabili. 

Ogni pensiero e ogni sensazione paralizzati dall'egoismo del dolore, un dolore che gira eternamente su se stesso, riducendo ogni cosa tranne l'isolamento: prima è il dolore che svuota il mondo, poi lo sforzo per vincerlo.

Lo svolgimento, invece, l'ho apprezzato meno. Qui troviamo la dinamica che, sicuramente, il lettore si aspetta di trovare (un intero romanzo solo fatto di pensieri non piacerebbe a chiunque, purtroppo!) ma, per quanto io apprezzi l'arguzia di Roth, non sono riuscita ad entrare pienamente in ciò che accade all'interno del libro. Mi è chiara l'ironia, mi sono anche divertita, ma per gusti personali apprezzo poco i testi esageratamente spinti; volgarità che vengono dette per motivi ben precisi, ma che comunque avrei apprezzato convergessero in qualcosa di diverso.

Il finale è stato piuttosto deludente. Capita spesso a Roth di raccontarci una vicenda accaduta al suo Zuckerman, senza premurarsi di farci conoscere perfettamente il prima o il dopo ma, in La lezione di anatomia, ha esagerato anche rispetto ai suoi standard.
La vicenda si blocca in un punto di cui tutti avremmo voluto conoscere il seguito, inoltre, vi anticipo anche che ho già letto il libro successivo a questo, L'orgia di Praga (di cui uscirà presto una recensione) e che non vi è fatta alcuna menzione al riguardo delle vicende della storia di cui vi sto parlando oggi.

L'ambientazione a cui viene data rilevanza è quella relativa alla stanza dove si trova Zuckerman per la maggior parte della prima metà del volume e, successivamente, all'estetica dei diversi edifici e luoghi chiamati in causa, ma di minor rilevanza. Per quanto ben fatta e, volte, ottimamente particolareggiata, l'ho apprezzata meno rispetto a quando questo elemento dà voce alla città o alla cittadina dove si svolgono le vicende.
Temporalmente, la storia è ambientata nel 1973.

La capacità di Roth di rendere i personaggi, rimane inalterata, certamente essi non hanno la stessa rilevanza impartitagli nei romanzi in cui Zuckerman è più narratore che protagonista, ma rimangono ben definiti e affatto banali.
Zuckerman li vede sia per la loro esteriorità sia per quello che pensa possano nascondere al mondo esterno. E, come saprà chi ha letto altre opere con questo personaggio, la sua fantasia non ha alcun limite.

— Li conosco gli scrittori. Magnifici sentimenti. Ti travolgono, con i loro magnifici sentimenti. Ma i sentimenti spariscono in fretta quando tu non posi più per loro. Quando ti hanno capito e descritto, sparisci. L'unica cosa che ti danno è l'attenzione.

In questo romanzo Roth si sofferma poco su particolari estranei alla vicenda o ai pensieri del suo alter-ego letterario e, perciò, il ritmo di lettura è uniforme e, per chi apprezzerà il suo stile, veloce. Rispetto ad altri romanzi dell'autore questo è decisamente meno ostico da affrontare, sotto questo punto di vista.

Grazie alla buona introspezione dei personaggi, specie quella del protagonista, è facile percepire l'atmosfera di ogni scena rappresentata all'interno del volume anche se, come ho già detto, è l'ironia a spiccare su tutto.

In conclusione, Roth è un genio e grazie alla sua scrittura non mi potrò mai pentire di aver letto un suo romanzo ma, paragonando questo libro alle opere che ho letto precedentemente dell'autore, ritengo che La lezione di anatomia non sia altrettanto imperdibile.

Nonostante quanto appena detto, lo consiglio, perché rimane un libro di qualità incredibile, di uno degli autori viventi più importanti e significativi e, non sia mai, che per un ni del mio blog un ipotetico lettore rinunci a scoprire le sue opere!

Come ogni volta, vi lascio l'aggiornamento dei libri di Roth che ho letto, distinguendoli per filoni e mettendoli nell'ordine cronologico in cui sarebbe preferibile leggerli. Ovviamente cliccando sopra ai titoli potrete leggere le mie recensioni!

 

Con Zuckerman protagonista:

Lo scrittore fantasma

Zuckerman scatenato

La lezione di anatomia

La controvita

 

Con Zuckerman narratore:

Pastorale americana

La macchia umana

 

Senza Zuckerman:

Indignazione

 

Citazioni

Scrivere l'ultima pagina di un libro era il punto più prossimo al sublime che avesse mai raggiunto, e questo non accadeva da quattro anni. Non riusciva a ricordare quando avesse scritto una parola leggibile.

Scrivere a mano non era meglio. Anche nel buon tempo andato, quando spingeva la mano sinistra sulla carta, sembrava un'anima risoluta e coraggiosa che stesse imparando a usare un arto artificiale. E i risultati non erano così facili da decifrare. Scrivere a mano era la cosa più goffa che faceva. Era più bravo a ballare la rumba che a scrivere a mano. Stringeva troppo la penna tra le dita. Difrignava i denti e faceva smorfie disperate.

Fingeva che a dolere non fosse il suo braccio, ma quello di un altro. Provava a batterlo in arguzia fermandosi e ripartendo. Fermarsi abbastanza a lungo contribuiva a lenire il dolore ma nuoceva alla scrittura; dopo la decima fermata non gli restava più niente da scrivere, e senza niente da scrivere, non aveva più ragione di esistere.

Il matrimonio era stato il baluardo contro la tremenda distrazione rappresentata dalle donne. Si era sposato per l'ordine, per l'intimità, per la leale solidarietà, per il trantran e la regolarità della vita monogama; si era sposato per non sprecare energie in un'altra avventura o impazzire dalla noia ad un'altra festa o finire solo soletto la sera nel soggiorno dopo una giornata passata solo soletto nello studio.

In ogni modo, anche se terribile non era in confronto alle tribolazioni del mondo intero, sembrava terribile a lui. Il fatto che gli sembrasse così terribile e lo riducesse in quello stato lo faceva sentire inutile, indegno, insignificante e inebetito, demoralizzato dalla sconfitta su un fronte dove neanche sapeva di guerreggiare.

E se questo dolore stesse offrendo a Zuckerman l'occasione migliore che aveva mai avuto, una via d'uscita dal luogo dove non sarebbe mai dovuto entrare? Il diritto di essere stupido. Il diritto di essere pigro. Il diritto di essere nulla e nessuno.

La vita e l'arte sono cose distinte, pensò Zuckerman; non potrebbe essere più chiaro. Ma la distinzione è inafferrabile. Il fatto che scrivere sia un atto dell'immaginazione sembra confondere e far infuriare chiunque.

Ogni scrittore si becca, prima o poi, una strapazzata si due, tre o cinquemila parole che non soltanto gli brucia per le settantadue ore regolamentari, ma lo fa soffrire per tutta la vita.

Si può provare davanti a una storia la stessa commozione del lettore, ma il lettore non è lo scrittore. E la disperazione non aiuta: ci vuole più di una notte per costruire una storia, anche quando la si scrive in una sola tirata.

Una macchina di libri: ecco quello che vedono quando mi incontrano. E per quanto sia agghiacciante, hanno ragione. Una macchina di libri che consuma vite umane: compresa la mia.

Sinossi ufficiale

Lo scrittore Nathan Zuckerman è prostrato da una misteriosa malattia, che inizia dal collo e dalle spalle e invade tutto il corpo. La sua principale occupazione è vagare da un medico all'altro, ma nessuno riesce a scoprire la causa del suo tormento. Per evitare che tutti i tormenti si trasformino in incubo, cerca di trovare le cause al suo dolore in qualcosa di reale e concreto: suo fratello, per esempio, lo accusa di aver provocato la morte dei loro genitori con la pubblicazione del suo astioso bestseller. Decide infine di fuggire da New York e di iscriversi alla facoltà di medicina per colmare i vuoti della sua professione di scrittore, ma i guai che incontra sono peggiori di quelli da cui fugge.

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